L’enopolio

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Il fabbricato denominato “Enopolio di Calcinelli”, di cui brevemente analizzeremo le caratteristiche del progetto di recupero e ristrutturazione, è sito lungo la strada statale Flaminia in prossimità dell’abitato della frazione di Calcinelli. La costruzione di tale fabbricato risale alla fine degli anni Cinquanta. Essa rientra nella politica di riqualificazione delle produzioni vitivinicole italiane attuata dalla Federazione Italiana dei Consorzi Agrari nel dopoguerra in svariate zone d’Italia. Il bacino del fiume Metauro che dall’entroterra si snoda fino al mare per una lunghezza di circa 120 chilometri, si attesta, infatti, come principale zona di produzione del famoso vino Bianchello. Tale vino si ottiene per la quasi totalità dal vitigno omonimo (95%) e per la restante parte da uve di Malvasia Toscana.

dallastrada2La costruzione di quest’immobile fu fortemente voluta dal Consorzio Agrario Provinciale di Pesaro per consentire a tutti i viticoltori della zona di conferire le loro uve in un luogo più comodo e per qualificare territorialmente la zona di produzione che, a quel tempo, non godeva ancora della fama e delle attestazioni di qualità conquistate fino ad oggi.

Dai fogli, ritrovati in varie cartelle all’interno della costruzione, leggiamo che lo scopo preciso di questo Enopolio sarebbe stato proprio quello di valorizzare nel migliore dei modi “…il ben noto Bianchello che per le sue caratteristiche organolettiche consente la produzione di un vino tipico (tanto auspicato dai viticoltori della zona) e la conseguente possibilità di realizzare sui mercati i maggiori ricavi nell’interesse di tutti i conferenti”.

dipendentiPrima della nascita dell’Enopolio di Calcinelli, infatti, i luoghi di ammasso delle uve più vicini alla zona di produzione tipica del Bianchello erano situati a Pesaro o Urbino – oltre ad alcuni centri di raccolta a Pergola, San Lorenzo in Campo e Fratterosa – zone che, oltre a non rientrare direttamente nell’area principale di elezione del Bianchello, risultavano notevolmente scomode da raggiungere per molti viticoltori.

La struttura di Calcinelli doveva delinearsi, quindi, come innovativa e funzionale per quegli anni in quanto, come si legge dai documenti pervenuti fino a noi dagli archivi, dotata di una capacità ricettiva iniziale di 25.000 quintali che poi, mediante un progetto di ampliamento, avrebbe raggiunto i 50.000 quintali.

operaiLa proprietà dell’immobile, in seguito alla dismissione dell’Enopolio avvenuta negli anni tra il 1970 e il 1975, fu acquistata dagli attuali proprietari nel 1995; esattamente il 13 dicembre, con l’intento di riedificare al suo posto una struttura nuova destinata al deposito e all’esposizione di materiali e tecnologie per l’edilizia.

É interessante notare che la demolizione dell’Enopolio avrebbe comportato la perdita di una importante testimonianza storica e architettonica del recente passato industriale post-bellico. Nel territorio, infatti, non sono molte le tracce rimaste di quel periodo di grande ripresa economica e industrale attraversato dall’Italia nel secondo dopoguerra e che va sotto il nome di “miracolo economico”.

sottotettoL’operazione di recupero effettuata sull’Enopolio di Calcinelli, quindi, seppure realizzata con la logica della riconversione, assume un importante valenza storica ed è, in qualche modo, classificabile come intervento di “archeologia industriale”, ossia di quella disciplina storica che si occupa di studiare, documentare e valorizzare i resti materiali dell’industrializzazione, siano essi fabbriche, macchinari, architetture o quant’altro sia collegato a un processo industriale che oggi non è più presente.

Il progetto del recupero edilizio dell’Enopolio vede la firma dell’architetto Roberto Calcagnini, che, forte della sua specializzazione in recuperi edilizi ed allestimenti espositivi o museologici, ha incentrato il tema architettonico del progetto sulla valorizzazione dei volumi architettonici esistenti e sulla leggerezza di impatto delle strutture e dei materiali usati per l’arredo funzionale interno del complesso. Naturalmente, come sempre avviene in questi casi, la realizzazione finale non è totalmente aderente a quella che l’idea originale ha suggerito. La pianificazione di un progetto architettonico, infatti, è sempre un operazione a grandi linee: il progettista deve dettare le linee portanti di ciò che la realizzazione finale deve diventare.

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Tutte le variazioni effettuate in corso d’opera, in questo caso, sono interessanti poiché realizzate nel pieno rispetto della filosofia di progetto originale, spesso, anzi, ampliandone il respiro.
L’idea portante è basata sulla realizzazione di un intervento con caratteristiche di impatto tali da non compromettere la natura originale del luogo e, nel contempo, in grado di valorizzare la volumetria caratteristica dei differenti blocchi componenti il complesso architettonico dell’Enopolio. L’unicità della struttura del fabbricato, infatti, è stata la caratteristica principale che evidentemente, anche per i motivi precedentemente esposti, l’architetto ha inteso preservare: tutti gli interventi pensati nell’ambito del progetto di recupero sono stati pianificati in quest’ottica. Anche la scelta dei materiali, elemento determinante nella messa in opera di un progetto, è strettamente legata alla possibilità di impattare nella maniera più leggera possibile l’ambiente precostituito. Da qui l’utilizzo di acciaio e vetro, putrelle in ferro a vista e legnami non trattati che possano rispettare la natura del luogo. Il complesso dell’Enopolio è costituito da tre grandi blocchi di volumi architettonici. Il primo blocco, per importanza e ordine di costruzione, è costituito dal fabbricato centrale, con tetto a spioventi, che ospita il nucleo delle botti in cemento.

Tali botti interessano la costruzione dal livello più basso, quello interrato, fino al secondo piano sottotetto. É interessante notare le eccellenti doti di solidità e resistenza ai carichi statici della struttura poiché destinata al contenimento di liquidi che esercitavano una elevata pressione sulle sue pareti. A questo possiamo aggiungere anche il perfetto stato di conservazione dell’immobile, data l’età relativamente recente.

Si tratta della parte più originale dell’intero complesso che, per il tetto caratteristico e la presenza delle botti, determina la tipologia stilistica e il carattere di tutto il resto della costruzione.
Nella parte superiore di questo primo blocco, collocato immediatamente sotto il tetto, è situato un grande ambiente che, sovrastando le botti, veniva utilizzato per la gestione di tutte quelle operazioni connesse con l’attività della vinificazione quali la pulitura, il controllo della fermentazione, ecc. Sul piano di calpestio di tale ambiente, infatti sono collocate diverse bocchette a chiusura ermetica comunicanti direttamente con l’interno delle botti: attraverso di esse venivano effettuate tutte le operazioni necessarie alla corretta vinificazione.

Anche le grandi aperture reattangolari di controllo, poste su questo livello, avevano la stessa funzione; esse comunicano direttamente con i corridoi tra le botti e, dando visibilità totale su tutti i livelli verso il basso, consentivano il controllo diretto, dall’alto, delle operazioni che si effettuavano nei corridoi stessi.

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Il secondo blocco architettonico del complesso è rappresentato da uno spazio aperto – una sorta di pergolato –, posto sul fronte del primo blocco e che lo impegna per tutta la sua lunghezza. Tale spazio era utilizzato per le operazioni di vendita al dettaglio dei vini, accoglimento delle uve e, in genere, tutte le operazioni preliminari alla fermentazione in botte delle stesse. Questo spazio, si è aggiunto al primo blocco in un secondo tempo.

In ultimo, a questi primi due volumi se ne aggiunse un terzo che, per la sua forma imponente e massiccia risulta subito evidente all’occhio: si tratta di un blocco cubico su due livelli che ospitava alcuni uffici e l’abitazione del custode.

Le linee guida del progetto prendono le mosse dal primo e dal secondo blocco che appaiono subito come “originale”, dove con questo termine si intende la caratteristica di elementi dominanti del profilo architettonico complessivo.

Tutti gli elementi particolari di quell’ambiente di lavoro e di vita sono stati mantenuti, quando possibile, intatti; restaurati quando questo si è reso necessario, sia per recuperare la funzionalità che essi dovranno continuare ad avere con la nuova funzione, sia per il desiderio presente e vivo in tutte le fasi del progetto e della realizzazione di continuare ad averle tali come sono state create in origine. Le caratteristiche chiusure delle botti in cemento, alcuni particolari dell’impianto elettrico, persino gli elementi grafici come le numerazioni delle botti, le indicazioni riguardanti la capacità, le caratteristiche dei vini in esse contenuti, elementi che difficilmente resisterebbero ad un intervento di recupero del genere sono stati mantenuti o ripristinati, non senza sforzi e attenzioni da parte delle maestranze impiegate nell’opera.

Il blocco cubico – il terzo in ordine di descrizione –, affiancato al nucleo originario delle botti è stato ripulito nelle sue forme, fino a diventare un volume che alteri il meno possibile la visuale del fabbricato principale. Contemporaneamente la parte della pensilina – il secondo blocco – viene chiusa mediante l’utilizzo di una vetrata dall’aspetto molto semplice e lineare. Il risultato finale è quello di dare una leggibilità chiara in termini di volumi a tutto il contesto, quindi: un volume esistente (il fabbricato delle botti), un volume modificato (il blocco cubico degli uffici) e un volume di raccordo che unisce entrambi i primi (la pensilina).

La struttura interna del fabbricato centrale è dominata da una scala che porta ad un ballatoio ricavato tra il piano più basso e il secondo livello (sottotetto). Mediante tale camminamento che circonda tutto il perimetro delle botti, è possibile accedere alle varie botti o salire al livello superiore (sottotetto) o, ancora, scendere per raggiungere le zone di esposizione inferiori, che, ricavate in concomitanza delle bocche di accesso alle botti, corrono anch’esse lungo tutto il perimetro delle botti. Tale struttura a “doppio anello”, consente di poter sfruttare tutto lo spazio disponibile intorno al corpo delle botti, pur mantenendo intatta la visibilità originale all’interno del fabbricato. É possibile infatti avere sempre un colpo d’occhio, dall’ingresso, su tutti i livelli praticabili. In questo modo si è cercato di preservare una caratteristica fondamentale dell’ambiente originale dell’Enopolio: la visibilità.

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Entrando nel locale, infatti si potrà percepire la medesima organizzazione degli spazi dell’Enopolio: i due corridoi centrali di accesso alle bocche delle botti in basso, le grandi aperture per il controllo in alto. Alla funzionalità della scala e dei ballatoi è stata aggiunta quella di un ascensore che toccando tutti i livelli, consente anche ai portatori di handicap il raggiungimento dei vari luoghi. La parte superiore è stata lasciata pressochè invariata. Gli interventi più sostanziali, oltre ad una più razionale divisione degli spazi, sono nella pavimentazione. Per poter preservare le bocche di accesso alle botti sul piano del pavimento, infatti, si è reso necessario sopraelevare quest’ultimo, rivestendolo poi con listoni in legno non trattato calpestabili e, tamponando le grandi aperture rettangolari con una struttura in ferro e vetro stratifitcato calpestabile. Si è così creato un unico grande ambiente che potrà ospitare un ampio spazio dedicato alla progettazione e allo scambio di idee, oltre che alla presentazione dei prodotti.
Particolare attenzione è stata posta infine anche nell’impiantistica. L’illuminazione è di tipo industriale, le finiture in acciaio a vista. Tutto nel rispetto dello stile industriale originale.

L’impianto di riscaldamento, a convezione termica, è del tipo di quelli utilizzati nelle serre. Esso e costituito da una rete di tubi trasparenti in polietilene, supportati da idonee strutture in acciaio, che all’entrata in funzione dell’impianto, distribuiscono aria calda lungo tutti livelli e la superficie dello stabile. Quando l’impianto è inattivo, i tubi si afflosciano, costituendo un reticolato quasi invisibile che non disturba minimamente la percezione degli spazi. Questa soluzione è stata adottata probabilmente per restare in linea con la filosofia di progetto già esposta, oltreché per la altissima resa termica che questi impianti posseggono e per il loro caratteristico impiego in ambienti ampi ed aperti.